Era anche la sfida fra i leader delle vincitrici delle due Coppe europee del 2010: Sneijder e Forlan. Ha dato decisamente di più l’uruguagio, ma in finale ci va l’olandese.

Primo tempo deludente: Olanda decisamente poco propositiva e Uruguay volenteroso ma dalle poche risorse. Il rosso di Suarez contro il Ghana, jnfatti, pur avendo permesso alla Celeste di conquistare una fantastica Semifinale, ha costretto Tabarez a schierare Forlan di punta con Cavani e conseguentemente una formazione priva di suggeritori. Nella prima frazione qualche spunto di qualità è arrivato dal solo Alvaro Pereira, che però coi suoi cross ha potuto fare poco. Dall’altra parte, l’Olanda è apparsa insolitamente contratta, con Robben e Kuyt lenti sulle ali, van Persie evanescente e Sneijder poco ispirato ma anche senza terminali di riferimento. Non a caso il gioco è venuto un po’ da van Bommel, che come nel Bayern ha fatto da cerniera tra i vari reparti, e un po’ da van Bronckhorst, che sulla sinistra ha trovato poca resistenza al punto da poter pescare il jolly del gol d’apertura con una conclusione dai venticinque metri.

Tutto sommato, però, il primo tempo è stato meglio giocato dai sudamericani, che sulle fasce, dalla mezz’ora in poi, hanno trovato in Maxi Pereira e Caceres (altrimenti incerto in fase difensiva) i due pistoni ideali e in Cavani un buon riferimento avanzato. Nel quarto d’ora finale, poi, Forlan deve aver capito che senza rifornimenti dai vari Arevalo, Gargano e Perez sarebbe stata dura, e col piglio che lo contraddistingue ha cercato e trovato il pareggio con un’iniziativa personale sfociata in una conclusione dalla distanza degna di quella che aveva portato in vantaggio gli olandesi.

Nella ripresa l’Olanda ha cercato maggiore consistenza in fase di spinta anche con l’inserimento poi rivelatosi infelice di van der Vaart, ma la svolta è arrivata solo da una giocata fortunosa proprio nel momento in cui l’Uruguay aveva preso in mano il gioco. Un altro tiro deviato di Sneijder, oltretutto con van Persie in fuorigioco attivo davanti a Muslera, ha portato in vantaggio gli arancioni e poco dopo Robben, di testa, ha segnato ancora staccando proprio dove Lugano, non fosse stato infortunato, l’avrebbe contrastato. Un uno-due letale per l’Uruguay, che non è più riuscito a reagire fino ai minuti di recupero, quando il gol di Maxi Pereira e un forcing impressionante hanno evidenziato come la lucidità ritrovata dai campioni agli ordini di van Marwijk dopo il doppio vantaggio sia stata casuale quanto il successo finale.

Per concludere, allora, all’Olanda è bastato svolgere il classico compitino per avere la meglio su un Uruguay obiettivamente impossibilitato a fare gioco, cui va però riconosciuto un grande impegno che a tratti sembrava potesse bastare a vincere. L’Uruguay ottiene un altro grandissimo risultato nell’anno zero e l’Olanda proverà a vincere il primo, sospirato titolo mondiale.

LE PAGELLE

Muslera 6 ha subito due gol molto particolari, risultando decisivo solo quando l’Olanda era già scappata
M.Pereira 7 poco impegnato in copertura, ha spinto tutto il tempo e segnato il gol del 2-3
Victorino 5,5 non ha sbagliato molto, ma ha perso Robben sul gol dell’1-3
Godin 5,5 poco impegnato in una difesa che ha però subito tre reti
Caceres 6 tanto indeciso in copertura su Robben quanto indispensabile nelle ripartenze
A.Pereira 6,5 su di lui il peso dell’iniziativa offensiva durante tutto il primo tempo
Arevalo 7 un vero mastino cui è toccato provare anche a inventare gioco
Gargano 5,5 invisibile nel primo tempo, in ombra fino a un quarto d’ora dalla fine
Perez 6 ha fatto un lavoro oscuro per contrastare gli spenti centrocampisti olandesi
Forlan 7 schierato forzatamente in avanti, ha creato tutto quel che ha potuto, realizzato un gol e sfiorato il raddoppio su punizione
Cavani 7 anch’egli senza rifornimenti, ha svariato senza sosta su tutto il fronte d’attacco
Abreu e S.Fernandez s.v.
C.T. Tabarez 7 ha dovuto fare le nozze coi fichi secchi, in casa non aveva suggeritori con cui sostituire Forlan né un attaccante puro e mobile al posto di Suarez

Stekelenburg 5,5 ha preso due gol su quattro conclusioni
Boulahrouz 5,5 ha concesso troppo sia a M.Pereira che a Caceres
Heitinga 6 prestazione nella media contro due attaccanti che hanno corso molto
Mathijsen 5 fermo sulle gambe
Van Bronckhorst 6,5 proprositivo e decisivo al momento giusto, è calato nella ripresa
Van Bommel 7 come sempre ha garantito la quantità, e nel centrocampo statico di stasera ce n’era davvero bisogno
De Zeeuw 5 assente
Robben 6,5 non troppo fluido nel primo tempo, ha colto l’attimo in occasione del terzo gol
Sneijder 6 quasi senza idee, sufficienza meritata solo in ragione del fatto che la fortuna se l’è cercata e l’ha trovata
van Persie 5 in generale, inconsistente
Kuyt 5 molto poco proprositivo, sono mancati i suoi classici inserimenti
Van der Vaart 4,5 ininfluente il suo ingresso
Elia s.v.
C.T. van Marwijk 5 non ha saputo scuotere un gruppo che rischiava di essere soffocato

Mancini sì Mancini no

6 maggio 2010

Mancini ha solo sfiorato la qualificazione alla Champions League

Dunque Mancini non ce l’ha fatta e, con una partita ancora da giocare in Premier League, ha già detto addio alla qualificazione in Champions League.

Dopo la sconfitta interna di mercoledì sera nello scontro diretto e decisivo contro il Tottenham, infatti, il Manchester City resta staccato di 4 punti dalla squadra diretta magistralmente da Harry Redknapp, che ha raggiunto un traguardo ugualmente storico riuscendo a tornare nella competizione più prestigiosa d’Europa dopo che per l’ultima volta vi aveva pertecipato nel lontano ’61-’62.

A questo punto alcune considerazioni sono d’obbligo.

Mark Hughes da tempo allenava più che decentemente il City e solo la scorsa estate aveva potuto spendere grosse cifre in ragione dello sforzo finanziario deciso dalla nuova proprietà, quella che aveva provato a strappare Kakà al Milan o meglio al Real Madrid. Dopo un inizio di stagione in cui la sua squadra era stata la meno battuta del campionato, dopo un po’ troppi pareggi ma di certo in seguito a una decisione a lungo meditata dai suoi datori di lavoro, ecco che sul finire dell’anno solare gli soffia letteralmente via la panchina il buon Mancini, che con la sua ormai leggendaria sciarpa dal morbido nodo porta a Eastlands la determinazione a conquistare un posto in Champions. Cosa che a detta dei più non c’era finché ad allenare era il gallese. Sarà questione di charme, dicevo io… Ma mi chiedevo fin da allora se lo charme stringendo stringendo valesse davvero più dell’introversione tipicamente gallese di Hughes.

Mancini, che è giusto ricordare come abbia lavorato con quel che c’era, che non era certo male ma poteva anche non adattarsi perfettamente alla sua visione del gioco, ha iniziato bene. A colpire inizialmente è stata l’imperforabilità della difesa, un tassello che sembrava fondamentale soprattutto perché a lungo e invano cercata con Hughes, e con questa un passo deciso nella risalita della classifica. Hughes, infatti, aveva perso poco ma pareggiato troppo e con un record di 7 vinte, 8 pareggiate e 2 perse non stava tenendo il passo delle prime quattro di allora, benché non se ne fosse nemmeno staccato troppo.

Con Mancini, però, la squadra aveva iniziato a giocare con meno fluidità, minor velocità, e come solo i più attenti osservatori del calcio internazionale potevano considerare si correva il rischio di scambiare quel brutto gioco per praticità. Già, perché chi conosce bene il calcio inglese sa che il bel gioco che si fa da quelle parti almeno negli ultimi anni è tutto meno che poco pratico e, anzi, si dimostra un’arma spesso letale anche quando a farlo sono giocatori non troppo tecnici. E comunque più efficace del gioco macchinoso.

E’ così che col passare del tempo i pur pochi gol presi dal City, che comunque ha iniziato a subirne, non sono stati sempre accompagnati dall’efficacia offensiva (complice la Coppa d’Africa con gli strascichi che ha lasciato su Adebayor) e nonsotante le scorribande di Bellamy e l’esplosività di Tevez sono arrivate le prime delusioni. Soprattutto nelle Coppe, con le due eliminzioni patite per mano del modesto Stoke City (uscito oltretutto indenne dal City of Manchester) e niente meno che i cugini forti, belli e vincenti da tantissimo, troppo tempo dello United. Una sentenza, quest’ultima, dura per svariati motivi. E ripetutatsi poco tempo fa allorché la vittoria degli uomini di Ferguson a Eastlands ha frenato anche la corsa in Premier di Mancini e dei suoi.

In quanto agli scontri con chi in Champions c’è arrivato, su quattro sfide il City ne ha vinta una sola (in casa del brutto Chelsea di febbraio) e poi pareggiata un’altra e perse due, oltretutto senza segnare. Allo stesso modo, alla differenza reti che si era gonfiata enormemente a cavallo tra febbraio e marzo (+12 in tre sole partite anche se contro squadre nettamente inferiori) ha fatto da contraltare un uguale numero di gol segnati e subiti negli ultimi quattro impegni di campionato e la conseguente raccolta di soli 4 punti su 12. Gol mal distribuiti, insomma.

Tornando al confronto con Hughes, con lui il City in 17 partite di Premier 2009-10 aveva segnato 33 reti subendone 27 mentre con Mancini ne ha subite solo 17, sì, ma fatte appena 39. In 20 incontri. Media punti, poi, 1.7 per Hughes e 1.85 per Mancini. Non questa gran differenza, in fin dei conti.

Insomma, in Inghilterra come in Italia il valore di Mancini è ancora tutto da stabilire. A Manchester come a Milano (dopo Roma e Firenze), sembra che stia facendo più o meno bene esattamente come ha fatto o avrebbe potuto fare chi ha o avesse seduto sulla sua panchina e con gli stessi uomini. Parlando del Mancini allenatore più maturo, all’Inter ha vinto solo nel particolare scenario del dopo Calciopoli ma ha vinto né più né meno di quanto abbia poi fatto Mourinho con la stessa rosa, e a suo favore va detto che niente vieta di pensare che con i nuovi uomini che ha potuto dirigere il portoghese quest’anno anche Mancini sarebbe arrivato lontano. A Eastlands, poi, ha fatto poco più di quanto avesse fatto nelle stesse condizioni Hughes. Non male, ma comunque troppo poco, anche se credo che andare oltre la richiesta di arrivare fra i primi quattro, senza trasformarla in una pretesa, sia un’accortezza dovuta a un allenatore le cui potenzialità almeno per il futuro autorizzano a pensare in grande.

il River attraversa il momento più buio della sua storia

Il River è allo sbando: ieri sera l’ha battuto anche l’Argentinos.

Intendiamoci, non si può più fare riferimento alle gerarchie suggerite dai grandi nomi storici del calcio argentino o anche solo da quelli degli ultimi dieci anni, benché non siano lontanissimi nemmeno gli anni Ottanta in cui proprio il Bicho fu finalista addirittura di una Coppa Intercontinentale.

Fatto sta che in vetta alla classifica, agli ordini per di più di un millonario puro come Gallego, c’è l’Independiente (una grande di sempre dal recente passato altalenante ma di certo meno roboante di quello della Banda), seguita niente meno cha dai mendocini del Godoy Cruz, quindi da altri due nomi importanti che hanno recentemente fatto onore al proprio rango vincendo l’ultima Libertadores e il penultimo campionato, vale a dire Estudiantes e Velez, ma poi ancora dall’Argentinos di cui abbiamo detto e a continuazione da una sfilza di squadre che il River un tempo si divorava: Banfield, comunque campione in carica a sottolineare il logico ribaltamento di gerarchie che si sta verificando in un’epoca di scarso valore tecnico, e poi Arsenal, Tigre, Huracan e Colon… Importante ricordare come si debbano contare altri cinque Club scorrendo la graduatoria verso il basso prima di incontrare il River. E ai tifosi della Banda, che mirano sempre all’alto, volendoci arrivare pure bene, col bel gioco tipico del Club che amano, davvero poco deve importare che alla loro squadra riescano a star dietro San Lorenzo e Boca, in malinconica compagnia di Rosario Central e Atletico Tucuman: questa magra soddisfazione, che un anno fa è toccata ad altri fra gli ultimi nominati, a questi devono lasciare.

Sì, perché a nulla vale ridere delle sventure altrui (effettivamente al limite dell’inconcepibile visto che il River disastrato di questi tempi è additato come il peggiore di tutti pur avendo qualche punto in più di chi lo sfotte), se questa caduta libera s’intuisce che non avrà fine. Un occhio al Descenso, infatti, ed ecco che scopriamo che fra la Banda e gli spareggi per non retrocedere ci sono solo tre squadre, ma è gente che va a mille trattandosi proprio dell’Huracan e del Godoy Cruz, che stanno tallonando la capolista Independiente, e poi del Racing, che nella classifica del Clausura la precede. Per come stanno andando le cose, se il River non dovrà spareggiare con una squadra di B sarà solo perché Central e Gimnasia non sembrano in grado di levarsi dal pantano, e a Núñez dovranno ringraziare per quel gol del pareggio allo scadere fatto al Lobo un mese fa…

Venendo a ieri, niente di nuovo. Una difesa di gesso in cui non ha brillato nemmeno Vega, salvatore tante altre volte, un centrocampo apatico e un attacco evanescente che, davvero, non ha pari guardando al passato: roba che farebbero comodo il Fuertes di otto anni fa e l’ultimo Abreu… Certo, Funes Mori è giovane, ma ha sbagliato tutto anche ieri sera e al River altri ragazzini avevano invece spaccato, si pensi a Maxi Lopez e Higuain, per esempio; nemmeno Villalva, subentratogli, è poi riuscito a far bene in coppia con Canales. Dietro di loro, Mauro Diaz, partito dalla panchina, non ha sfigurato ma in prospettiva forse non avrà mai il peso di un Gallardo né di un Ortega (ieri assenti) ma nemmeno di Buonanotte. Sempre a centrocampo Almeyda e Rojas con la loro prestazione hanno evidenziato che al di là di quanto male si siano mossi ieri in futuro il River dovrà fare i conti rispettivamente con l’età e un’incisività ancora da confermare di questi presunti puntelli. Bene il solo Pereyra, che ha corso, suggerito, insomma si è dannato per tutti, anche per il generoso ma discontinuo Affranchino. Per finire, lenti e in affanno Ferrari e Juan Manuel Diaz sulle fasce, mentre al centro il solo Ferrero si è mosso bene, dato che Cabral è invece tornato a decidere in negativo una partita, questa volta permettendo a Sosa di segnare il gol della vittoria.

Astrada dice che manca la capacità di giocare a calcio. In contrapposizione, cosa non è mancato andando contro il desiderio di tutto il Mondo River, dico io cercando l’origine di tanto male, è la dirigenza sciagurata di Aguilar, che iniziativa dopo iniziativa, per anni, ha minato le basi di un Club glorioso, ai cui giocatori vecchi, infortunati, incolpevolmente scarsi o troppo giovani che ci sono adesso non è sensato né giusto chiedere di essere quel che non sono.

mio articolo pubblicato a marzo 2010 per Calcioargentino.com